Gioventù Virtualizzata di Sergio Antonini

Psicoanalisi del Limes e Paideia del Limen alla Casa Verde

( In questo scritto si useranno i termini Casa Verde e Maison Verte in modo interscambiabile, intendendo la prima una derivazione nel contesto italiano della seconda)

 

Maria è sulla soglia della Casa Verde, getta un fugace sguardo ai nonni che stanno seduti dentro e poi si incammina verso l’esterno con passo traballante ma deciso, fuori c’è il giardinetto di un parco, ci sono altri bambini, adulti, cani, altalene, giochi…il mondo. La nonna invita il nonno a fermare la piccola, “Sta scappando!” esclama…. A qualche metro dalla soglia di ingresso c’è una fontanella dove c’è la mamma di Maria con la sorella, Maria si avvicina con il volto sorridente alle due, emette un suono e ritorna indietro verso l’ingresso, sembra sul punto di entrare ma non entra, rimane un pò sulla soglia, su quel sottile varco di 2 m x 2 che delimita l’interno con l’esterno. Le pareti della struttura che ospita la Casa Verde sono trasparenti ma parzialmente coperti da manifesti, fogli, tende che coprono parzialmente la visuale a chi si trova fuori, così Maria per qualche secondo fa capolino con la testa e poi scompare, alterna un’espressione seria ad una sorridente e siccome la soglia presenta un piccolo rialzo rispetto alla superficie interna, rimane per qualche secondo in bilico su questo piccolo-grande crinale, suscitando i richiami disperati della nonna che teme una rovinosa caduta, infine, forse sollecitata dalle grida della nonna, la bimba si decide e ritorna dentro, in tutto saranno trascorsi due-tre minuti…

Come si può leggere questo sostare di Maria sulla soglia di ingresso della Casa Verde ?

Stava scappando come affermavano i nonni ed è stata poi richiamata a più savi propositi?

Era indecisa se stare dentro la sala della Casa Verde con i nonni e gli altri ospiti oppure fuori insieme alla mamma e alla sorella?

Non lo sapremo mai, anche perché Maria, che pure ha tre anni e mezzo, non si esprime in modo comprensibile ma esprime suoni che solo la mamma riesce talvolta a decodificare.

Quello che però possiamo dedurre è che probabilmente a Maria interessava questo “sostare” sulla soglia, ma sostare, giocando un po’ con le parole, come piace tanto fare ai bambini, si può anche leggere staccato: so-stare ed allora questo verbo assume tutto un altro significato, più interessante, più affermativo: (io) so-stare sulla soglia!” Ma anche se volessimo prenderlo per buono, come potremmo mai intenderlo? “Io so-stare sulla soglia”…Come stare? E perché?

Marco inizia a pedalare, prende una certa velocità e supera “a tutta birra” il confine di separazione tra la zona giochi per grandi a quella per piccoli, identificata con una striscia rossa sul pavimento, mentre lo sorpassa mi guarda con aria di sfida; Marco sa che ci sono delle attività che non si possono fare nell’area bambini piccoli come andare in bici perché potrebbero essere pericolose per questi ultimi, per cui il suo guardarmi assume una valenza più significativa, Marco ha 5 anni…

Gli ricordo il senso di quel divieto: potrebbe urtare i bambini piccoli che gattonano sul tatami e fare del male a loro o alle loro mamme, ma Marco nonostante tutto ciò continua imperterrito a oltrepassare la linea. Gli rammento anche quanto sia importante rispettare le regole della Casa Verde al fine di poter con-dividere questo luogo insieme ad altre persone grandi e piccole, diverse da lui, ognuno con le proprie esigenze se si vuole stare lì bisogna stare ai patti, tuttavia ogni sforzo sembra vano.

D’un tratto faccio caso ad un particolare: Il pedalare di Marco sembra seguire un copione ben preciso: parte dall’estremità della sala, si avvicina velocemente alla linea di demarcazione rossa, a quel punto rallenta e guardando con visibile eccitazione me e la mamma, la oltrepassa per poi tornare indietro dopo poco.                                           Decido così di improvvisarmi vigile urbano e munitomi di una paletta double-face rosso-verde costruita con un pezzo di cartone e di un blocchetto di foglietti bianchi gli propongo di giocare al gioco: vigile-automobilista enfatizzandone la difficoltà. Secondo tale accordo Marco avrebbe dovuto seguire i miei segnali: verde-via, rosso-stop ed in caso di infrazione avrebbe ricevuto il foglietto di contravvenzione. Marco accetta e così il suo atto di oltrepassare la linea diviene parte di un gioco di ruoli in cui emerge poi il suo bisogno di essere fermato, di avere qualcuno che arresti la sua impulsività, il suo bisogno di trasgredire.

Come si può intendere questo spaccato di interazione con Marco?

Cosa voleva significare il suo superare la linea?

Forse Marco voleva “giocare ad infrangere il limite”, poter permettersi di essere fermato…

Elena, una bambina di 3 anni, si avvicina alla lavagna posta all’ingresso della Casa Verde ed inizia a tracciare delle linee con il gesso coprendo i nomi che ci sono scritti sopra, le spiego che lì non può disegnarci perché quella è la lavagna su cui tutti gli ospiti scrivono il loro nome, per disegnare ci sono dei fogli apposta sui tavolini con tanti colori a disposizione. La mamma la conduce al tavolo di lavoro su cui ci sono dei fogli bianchi e una scatola di pennarelli e pastelli, Elena comincia a disegnare ma dopo esserci girata indietro ed aver guardato la lavagna, si alza con fare deciso e si dirige di nuovo verso la lavagna per ripetere il suo gesto… Decido così di prendere una seconda lavagna che abbiamo nello sgabuzzino, di posizionarla affianco alla prima e le dico che se vuole può disegnare lì con il gesso, avrà così una lavagna tutta per sé…Ma dopo aver tracciato ancora delle linee verticali sulla lavagna, Elena si gira verso la lavagna dei nomi e si dirige con il gesso in mano e sguardo risoluto verso quest’ultima…

La mamma sta per scattare a fermarla ed anche io sono orientato in tal senso, quando Bice suggerisce un’altra ipotesi: Forse Elena sta cercando di lasciare anche lei la sua firma insieme alle altre?” E poi rivolgendosi alla bambina “Elena vuoi avere anche tu uno spazio dove firmare su questa lavagna?” La bambina non risponde ma sembra aver capito quanto detto perché ascolta con interesse le parole di Bice e si è fermata, a questo punto è Bice stessa che le trova uno spazio nella lavagna non coperto dai nomi e la invita a lasciare il proprio marchio di identità :”Qui puoi farlo qui!”, la bambina non se lo fa ripetere due volte e traccia ancora la propria linea verticale nel posto indicato, questo gesto viene da noi sottolineato “Ecco Elena, adesso tra i nomi degli altri bambini ci sei anche tu…!” Elena ritorna dalla mamma e si mette a giocare con una bambola, dopo quel momento non ritorna più verso la lavagna…

lavagna

Come si può decodificare il comportamento di Elena?

E questa vignetta più in generale che cosa ci potrebbe suggerire?

Elena forse stava cercando uno spazio dove poter lasciare anche lei un segno della sua identità e lo stava cercando nel posto dove per lei era più giusto lasciarlo: nella lavagna delle presenze degli ospiti….

Quelli appena presentati sono tre spaccati di vita quotidiana alla Casa Verde, mentre mi passano per la mente mi trovo nello scompartimento di un treno, non posso fare a meno di notare che tutti i miei compagni di viaggio hanno a che fare con un mezzo digitale o I-Phone: alcuni ascoltano qualcosa da internet, altri scrivono messaggi su whatsapp, altri ancora parlano al telefono…mi viene in mente un testo di Marc Augé “nonluoghi” ed inizio a pensare ai luoghi, ai non luoghi del virtuale ed alla Casa Verde ed la sua attenzione sui posti… L’odierna società globalizzata sembra presentarci sempre più uno scenario di persone immerse in quelle dimensioni di realtà di non-luoghi e non-tempi che Augé definiva nonluoghi antropologici: da internet ai suoi figli virtuali Facebook, Twitter, Instagram, Whatsapp o altri diversivi virtuali. Ben lungi dal voler sembrare un nostalgico e anacronistico difensore dell’era pre-digitale di cui riconosco i vantaggi e le opportunità sotto vari punti di vista vorrei tuttavia soffermarmi sui possibili effetti collaterali di un uso eccessivo e soprattutto non consapevole di tali innovativi mezzi.

Volendoli sintetizzare questi fattori di rischio potrebbero rientrare nei seguenti punti:

  • Uso del mezzo virtuale come un oggetto transizionale(nell’accezione di D.Winnicott): Il medium virtuale annullando le distanze spazio-temporali da sempre vigenti nell’esperienza umana creano i presupposti per una visione di tale mezzo come sostituto simbolico/allucinatorio del soggetto, il medium virtuale così viene onnipotentemente usato dal fruitore digitale come elemento rassicurante e tranquillizzante rispetto all’assenza reale.
  • Uso del mezzo virtuale come una droga: Ecco che qui il mezzo virtuale non è altro che l’ultima forma di scacciapensieri che l’uomo ha inventato per il proprio diletto, d’altronde anche S. Freud (Il disagio della civiltà 1929) aveva parlato con fare profetico di questa tendenza umana a cercare forme sempre nuove e diverse di scacciapensieri, dalle forme di sublimazione, alle fantasie, alle droghe fino all’adesione alle dimensioni del sacro (l’oppio dei popoli di marxiana memoria).
  • Il virtuale come elemento potenzialmente scatenante una proliferazione della dimensione dell’immaginario nel contesto di vita quotidiana a discapito degli altri registri, reale e simbolico che verrebbero in tal modo sempre più depauperati (secondo la lettura data da J. Lacan). Il rischio in tale scenario starebbe nella natura suadente e accattivante del social media che potrebbe diventare l’ultimo e più aggiornato “rifugio della mente” al riparo dal confronto incerto e rischioso con l’altro reale con tutta la sua “infernale” portata.

A questa mia impostazione critica si potrebbe legittimamente opinare che le suddette forme di “scacciapensieri” ci sono sempre state e quelle citate non sono altro che l’ultima e più aggiornata versione, tuttavia questa obiezione non tiene conto, a mio avviso, di un’ importante differenza di fondo. Esiste infatti una differenza qualitativa tra gli antichi scacciapensieri e gli odierni diversivi virtuali e sta nella sua natura paradossale ed antitetica: il virtuale isola l’uomo proprio sotto la promessa della fluidità relazionale che vorrebbe promettere. Infatti se ci si sofferma ad analizzare le parole-chiave del “fenomeno virtuale” risalta agli occhi come il filo conduttore ruoti attorno al nucleo semantico della condivisione: rete, connessione, sociale, villaggio, globale. Tutti questi termini infatti rimandano all’idea di relazione con un altro e sono riassumibili in espressioni come: “villaggio globale”, inter-net (rete tra…), chat (chiacchierare), social media, social network, “figli” dell’ormai vetusto termine mass-media, anch’esso rimandante alla connessione con altri. Così se le antiche forme di scacciapensieri erano palesemente riferite a piaceri individuali: droghe, fantasie, credo religiosi, rituali ossessivi…le nuove forme dello svago si presentano nella forma più subdola, travestita e ingannevole, scambiano l’isolamento per il suo contrario: la condivisione, ammiccando in questo con la futile e perversa società dei consumi che tende alla mercificazione dei rapporti.

Di fronte a questo scenario secondo una prospettiva psicoanalitica si potrebbe porre il problema di ri-significare i propri posti e i propri spazi di azione; gli abitatori della “società liquida” come è stata giustamente definita da Baumann necessitano di solide fondamenta e radici per potersi permettere di adattarsi al rapido fluire degli eventi e non rischiare di trovarsi a “galleggiare” o ancor peggio “annaspare”.

Ecco che un ambiente particolare come la Maison Verte ideata da F. Dolto (da noi riproposta Casa Verde su idea di Bice Benvenuto) e dietro di essa la filosofia di F. Dolto potrebbe offrire degli spunti di riflessione a riguardo: mettere in parola l’impronunciabile, dare senso all’insensato, restituire la portata simbolica ai luoghi, ai tempi, ai riti di passaggio, alle sensazioni ed alle dinamiche psicologiche.

Ma in che modo un luogo come la Casa Verde potrebbe venire in aiuto sia dei piccoli che degli adulti?

Attraverso quel duplice e parallelo processo che ho definito: Psico-analisi del Limes e Paideia del Limen. Vediamo più nel dettaglio cosa si intende per tutto ciò: La Casa Verde (Maison Verte) in controtendenza con questa società dell’omologazione di pensieri e mode, dei nonLuoghi e dei non Tempi virtuali, delle parole fatue e dei rituali de-ritualizzati vuole invece riproporre (come afferma B. Benvenuto) l’antico concetto dell’agorà e più in generale la filosofia della funzione simbolica che svolgevano i luoghi e le barriere nell’epoca greco-romana che la sottointendeva. L’agorà era un luogo in cui in certi momenti della settimana e della giornata socialmente codificati le persone si incontravano, commerciavano i propri prodotti, si confrontavano, concludevano affari…un destino che era condiviso anche con un altro luogo simbolico per eccellenza: le terme. Spesso si suole dare per scontata la posizione occupata rispetto a determinati posti nello spazio, invece essa è altamente ricca di significati simbolici con un grande impatto dal punto di vista psichico. Non per niente nell’antichità classica si veneravano due divinità dei luoghi quali Hèstia ed Hèrmes, la prima dea della stabilità e della sicurezza del focolare, il secondo dio delle soglie che dischiudono lo spazio esterno, del movimento e dell’imprevedibilità. A queste forme di divinizzazione dello spazio corrispondevano importanti processi psichici che venivano officiati attraverso tutta una ritualità di tradizioni e consuetudini.

Arrivando adesso al discorso Limes-Limen occorre precisare che sia limes che limen possono essere tradotti con la parola confine (con-fine) con la non banale differenza che limes assumeva più sfumature semantiche indicanti il limite, il valico, la separazione che divide un al di qua da un al di là, dove non si passa mentre limen significava per lo più confine-soglia, confine-ingresso e quindi spazio intermedio che prelude ad altro, valico di passaggio.

In estrema sintesi il limes era es-clusivo ed es-cludente (si pensi solo al Limes romano che delimitava i confini dell’impero, pattugliato dai soldati…), il limen in-clusivoed in-cludente.

Questa visione estremamente semplificata delle cose può dirci molto alla luce delle scoperte della psicoanalisi sull’enorme portata simbolica che rivestono le interdizioni e tutti i rimandi legati al contesto che ad esse rimandano per l’evoluzione sana o patologica della psiche umana. Da S. Freud (che a sua volta si era ispirato alla tragedia greca di Sofocle ed il cerchio si chiude…) in poi il concetto di limite, di posto interdetto è stato un leitmotiv della storia psicoanalitica e di altre scienze umane (si pensi all’antropologia ed al valore intrinseco del Limes inteso come limite-barriera da porre per circoscrivere lo spazio conquistato dalla cultura e strappato alla natura selvaggia).

Ritornando alla nostra CV ed ai “nostri casi” ecco che allora tutta una serie di rimandi verbali e non verbali sui limiti e sulle interdizioni ma anche sull’accoglimento empatico rispetto alle speranze disattese dei nostri ospiti possono assumere una valenza molto più profonde.

In questo senso ecco che alcune regole e divieti come quello di non superare la linea rossa o di non disegnare sulla lavagna, fino a quello di rivolgersi ai bambini in prima persona assumono una valenza molto più significativa che semplici interdizioni e sono, come visto nelle descrizioni introduttive processi suscettibili di contrattazione e revisione e mai divieti monolitici da accettare come un secondo deuteronomio… E se come dice Ghelen la cultura è la natura dell’uomo ecco che le interdizioni messe in parola sono il tentativo di coltivare il simbolo là dove il simbolo manca a favore dell’impulso agito.

In questo senso forse nel lavoro di CV si sperimenta una psico-analisi del limes.

Ma la Maison Verte si può anche intendere come luogo dove si esercita una paideia del limen…

La Casa Verde è infatti anche un luogo dove si può so-stare, nel senso di potersi permettere di “giocare” creativamente, winnicottianamente sul limen.

Permettersi cioè di sperimentare quella sensazione di eccitamento misto a paura tipica di chi sta su di una soglia, anticamera della separazione, tra il noto e l’ignoto.

Potersi permettere di fare un passetto in là, dove c’è l’ignoto, per poi poter tornare di qua, dove c’è il noto, mia mamma…come nel gioco del fort-da del nipotino di “nonno” Freud…il limen è anche lo spazio del confronto, del dia-logo, perché la frontiera è anche ciò che ci sta di fronte: L’Altro. Ecco che tutto ciò si può riferire non solo ai piccoli ma anche agli adulti.

La Casa Verde è quindi un luogo in cui grandi e piccoli fanno esperienza del limite anche attraverso il gioco, il che non significa sminuirne la portata regolante bensì potersi calare in una dimensione ludica in cui facendo finta di…si fanno le prove per la realtà. La Casa Verde è anche il luogo dove chi viene è aiutato a sperimentare il dialogo con l’altro da sé (“l’inferno sono gli altri” faceva dire Sartre ad uno dei personaggi della sua opera “A porte chiuse”), ma questo processo necessita di persone che lo sappiano agevolare, che si pongano come accompagnatori discreti ma attenti e questo è il ruolo fondamentale degli operatori di Casa Verde.

E’, a mio avviso, questa un’azione maieutica e quindi un’azione educativa, che mira a condurre fuori (e-duco) come moderni Caronte, fuori dal limen–>–> Paideia del Limen. Quest’attenzione alla dicotomia Limes-Limen non è soltanto indicata a descrivere l’universo psichico dell’infante ma anche dell’adulto. A riprova di ciò nella società odierna assistiamo a due fenomeni apparentemente contradditori: da una parte una rivoluzione del concetto di limite in forme sempre più “secolarizzate”, basti pensare al dissolvimento dei limiti spazio-temporali della tecnologia virtuale di cui prima si parlava e dall’altra parte ad un parallelo aumento di fenomeni patologici aventi a che fare con il limite, patologia degli stati-limite, fenomeni anoressico-bulimici, patologie della dipendenza e della compulsività, in campo pedagogico disturbi della condotta, del controllo degli impulsi,

Anche nel linguaggio di tutti i giorni si usano delle espressioni aventi a che fare con il campo semantico dei posti occupati nello spazio e delle sue interdizioni per descrivere anomalie varie: quello è uno “spostato”, è uno “sfrontato”(che non si cura della fronte-frontiera), “svitato” (va fuori dal suo alveo…)“non ha limiti“e-marginato”, “de-viante” “Stare fuori” ecc…segno che nel tessuto inconscio della nostra cultura la sacralità dei posti continua a rappresentare un ruolo cruciale.

La Casa Verde si pone proprio come spazio che diventa luogo, luogo in cui si possono officiare dei riti, persi nel tempo, riti che hanno a che fare con la sacralità dei posti, nelle sue varie declinazioni: sacralità dei limiti e delle soglie, ma anche sacralità dei tempi, dei gesti e delle parole, perché anche il tempo si può considerare nella sua dimensione spaziale (luogo dell’animaà S.Agostino) e così anche i gesti e le parole ritualizzano una modalità di “stare” in uno spazio dia-logico la cui prerogativa fondamentale è il rispetto per lo spazio altrui “stai al tuo posto!”.

Anche lo spazio temporale acquisisce alla Casa Verde una dimensione direi agostiniana: Alla Casa Verde gli spazi sono luoghi ed i tempi seguono le leggi del Kairòs e non del Krònos, in controtendenza con l’attuale modus vivendi. E’ in questo diverso approccio verso l’ambiente comunicativo che si possono svolgere processi importanti come quelli di separazione bambino-adulto, adulto-bambino, perché come ci insegna la psicoanalisi la separazione necessità di un lavoro vero e proprio, un lavoro anche e soprattutto psichico che vuole i suoi tempi ed i suoi modi di accoglimento. Anche la comunicazione necessità di ri-prendere la sua densità, anche le parole hanno a che fare con il fuori ed il dentro e con gli spazi perché la parola se vista nella sua autenticità, “la parola piena” necessita di un suo giusto spazio che va condiviso con l’interlocutore, altrimenti siamo in un tappeto di parole-fatue con cui saturiamo ogni occasione di incontro e di confronto

Questa ri-significazione di codici e di luoghi si rivolge inoltre a due interlocutori principali: bambini ed adulti che ognuno a modo suo hanno a che fare con il valore simbolico del “Fuori e del Dentro”.

Per il bambino perché si trova in quelle fasi della vita che la psicoanalisi ha associato all’ oralità, all’analità e alla genitalità in cui gli orifizi rappresentati simbolici del “dentro-fuori” assumono nelle loro diverse funzioni, un cruciale ruolo psichico.

Per gli adulti invece questo spazio di ri-significazione dei posti simbolici e dei riti che li accompagnano può servire per riscoprire insieme ai loro piccoli un modo di vivere i rapporti con gli altri che forse, presi dalla frenesia della vita quotidiana, avevano smarrito. Il paradosso La Casa Verde insomma si può intendere come spazio che si fa luogo, un luogo paradossale e che fa del paradosso una propria filosofia di intenti: Un’agorà non virtuale al tempo di internet ed una psicoanalisi che scende dal suo Olimpo di eletti e scende per le strade, mischiandosi tra la gente ma senza perdere la sua identità di riflessione sul senso delle cose della vita. (cit. da Bice Benvenuto, conversazioni sulla Casa Verde, in Tesi di Laurea in SFP “The work of Francoise Dolto” di Sergio Antonini).

 

Bibliografia:                                                                                                                                   Benvenuto B. La Casa Verde. Speech, listening, welcoming in Francoise Dolto’s work In “Theory and Practice in Child Psychoanalysis” (2009) Karnak London

Dolto F.(1988) Le parole dei Bambini Mondadori ed. 1991

Lacan J.(1962) Seminario X, Einaudi 2007

Winnicott D.(1971) Gioco e realtà, Armando 2005.

 

Pubblicato il 4 gennaio 2017

La Casa Verde chiude per la pausa estiva. Salutiamo e ringraziamo le nostre famiglie e i nostri sostenitori. Buona estate!

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